In 8, pp. XVI + 495 + (1b). D. rifatto. Foro al p. ant. e minuscolo forellino al marg. sup. delle prime 50 cc. Br. ed. Fa parte della collana: "Biblioteca Antropologico-Giuridica", serie I, vol. II. Ed. orig. L’A. (1852-1934), giurista, primo presidente della Corte di Cassazione italiana, è considerato, insieme ad Enrico Ferri, il padre della criminologia mondiale. Tuttavia il suo pensiero differisce in parte da quello di Ferri. Infatti, pur sposando le teorie positiviste, modera la rigida negazione del libero arbitrio, cioè della volontà responsabile, parlando invece dell’importanza delle predisposizioni individuali. Ecco perché Garofalo assegna alla psicologia un peso maggiore nell’analisi dei comportamenti dei singoli. Lo studioso ritiene inaccettabile la tesi dell’"imbecillità morale", poiché la spiegazione basata sull’atavismo contrastava con il fondamento patologico del delinquere le cui cause andavano ricercate nella sociologia. Contrario al socialismo e sostenitore di misure di prevenzione per la sicurezza sociale, si pronuncia in favore della pena di morte. Sostiene infatti che "il sentimento della vendetta è troppo reale e troppo sparso per potersi trascurare dal sociologo". Inoltre costituisce un principio biologico che l’individuo scompaia quando le sue imperfezioni gli impediscono di sopportare l’azione dell’ambiente: lo scopo dell’eliminazione "è la conservazione dell’organismo sociale, con la estirpazione dei membri disadatti". Wigmore, A Preliminary Bibliography of Modern Criminal Law and Criminology, p. 35.
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