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	<title>Libreria Antiquaria Coenobium &#187; Prodotti</title>
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		<title>Del suicidio massime in Italia nel quinquennio 1866-70. Studio</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 18:18:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In 8, pp. 93 + (1b) + (1) + (1b) con tavv. sinott. n.t. Dedica autogr. dell'A. al fr. Rinforzo al d. Br. ed. Indagine storico-statistica sul suicidio in Italia nel quinquennio 1866-70. L'A. ritiene che alla letteratura e al teatro si debbano imputare l'aumento del suicidio: &#34;è innegabile che assaissimi romanzi moderni e le più gran pare delle tragedie recitate sopra le nostre scene abbiano avuto una forte attinenza colla riproduzione tanto vasta del suicidio, o almeno con la infiltrazione nella società delle idee inchinevoli ad esso [...] Frattanto i romanzi costituiscono il libro di lettura veramente universale, tanto più pericoloso, quanto più accessibile ai meno addottrinati, ed il teatro, stato sempre la scuola delle moltitudini adulte, è immensamente più appetito e frequentato. Credo che i reggitori della società, i quali si mostrano impensieriti dell'aumentare dei suicidi, debbano ben porre mente a queste due grandi sorgenti di esso&#34;. Il numero dei suicidi in Italia fra 1865 e 1870 è di 4264 persone che - scrive l'A. - &#34;nel brevissimo spazio di 5 anni hanno tolta la vita colle proprie mani [...]. Sembrano cifre da non credersi! massime che il bellissimo cielo italiano, vero sorriso del Creatore, sembrerebbe che dovesse far sentire a tutti amabilissima la vita!&#34;.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[In 8, pp. 93 + (1b) + (1) + (1b) con tavv. sinott. n.t. Dedica autogr. dell'A. al fr. Rinforzo al d. Br. ed. Indagine storico-statistica sul suicidio in Italia nel quinquennio 1866-70. L'A. ritiene che alla letteratura e al teatro si debbano imputare l'aumento del suicidio: &#34;è innegabile che assaissimi romanzi moderni e le più gran pare delle tragedie recitate sopra le nostre scene abbiano avuto una forte attinenza colla riproduzione tanto vasta del suicidio, o almeno con la infiltrazione nella società delle idee inchinevoli ad esso [...] Frattanto i romanzi costituiscono il libro di lettura veramente universale, tanto più pericoloso, quanto più accessibile ai meno addottrinati, ed il teatro, stato sempre la scuola delle moltitudini adulte, è immensamente più appetito e frequentato. Credo che i reggitori della società, i quali si mostrano impensieriti dell'aumentare dei suicidi, debbano ben porre mente a queste due grandi sorgenti di esso&#34;. Il numero dei suicidi in Italia fra 1865 e 1870 è di 4264 persone che - scrive l'A. - &#34;nel brevissimo spazio di 5 anni hanno tolta la vita colle proprie mani [...]. Sembrano cifre da non credersi! massime che il bellissimo cielo italiano, vero sorriso del Creatore, sembrerebbe che dovesse far sentire a tutti amabilissima la vita!&#34;.]]></content:encoded>
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		<title>Du suicide et de la folie suicide. Deuxieme edition revue et augmentée</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 18:18:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In 8, pp. XX + 763 + (1b) + 46 di catalogo edit. + (2). Etichetta di ex biblioteca al d. Lievi danni al d. Piccola mancanza al p. ant. Br. ed. con rinforzo al d. Seconda ediz. (la prima, con titolo in parte diverso, uscì nel 1856) di questa importante opera sul suicidio. L'A. ricapitola dapprima la lunga storia della malinconia, riunendo tutte le forme del "mal di vivere", taedium vitae, accidia, tristezza e malinconia e, riprendendo la teoria di Chateaubriand, afferma che nel Medioevo i monasteri erano i rifugi dei malinconici che li eleggevano a rifugio del loro sconforto. Tuttavia la vita monastica non faceva che aggravare il loro stato. Per l'A., nella società moderna, il lavoro volontario e accanito, alternativa al convento medievale, può essere un antidoto contro tutte le malinconie e preservare, quindi, dal suicidio come soluzione estrema e fuga dal mal di vivere. Brierre, compiendo una ricerca negli archivi della città di Parigi, studia 4595 casi di suicidio, rilevando come le cause siano molteplici e da rintracciarsi non soltanto nella depressione, ma anche in problemi familiari, povertà, problemi d'amore, follia, ipocondria, dolore dovuto a malattie fisiche (paralisi, malattie cardiache, veneree, pellagra, dolori mestruali, ecc...). Cfr. Minois, Storia del mal di vivere, Dedalo, 2003, p. 254.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[In 8, pp. XX + 763 + (1b) + 46 di catalogo edit. + (2). Etichetta di ex biblioteca al d. Lievi danni al d. Piccola mancanza al p. ant. Br. ed. con rinforzo al d. Seconda ediz. (la prima, con titolo in parte diverso, uscì nel 1856) di questa importante opera sul suicidio. L'A. ricapitola dapprima la lunga storia della malinconia, riunendo tutte le forme del "mal di vivere", taedium vitae, accidia, tristezza e malinconia e, riprendendo la teoria di Chateaubriand, afferma che nel Medioevo i monasteri erano i rifugi dei malinconici che li eleggevano a rifugio del loro sconforto. Tuttavia la vita monastica non faceva che aggravare il loro stato. Per l'A., nella società moderna, il lavoro volontario e accanito, alternativa al convento medievale, può essere un antidoto contro tutte le malinconie e preservare, quindi, dal suicidio come soluzione estrema e fuga dal mal di vivere. Brierre, compiendo una ricerca negli archivi della città di Parigi, studia 4595 casi di suicidio, rilevando come le cause siano molteplici e da rintracciarsi non soltanto nella depressione, ma anche in problemi familiari, povertà, problemi d'amore, follia, ipocondria, dolore dovuto a malattie fisiche (paralisi, malattie cardiache, veneree, pellagra, dolori mestruali, ecc...). Cfr. Minois, Storia del mal di vivere, Dedalo, 2003, p. 254.]]></content:encoded>
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		<title>Il suicidio studiato in sé e nelle sue cagioni</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 18:18:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In 8, pp. XII + 124. Mancanza al p. ant. Taglietto al marg. est. delle prime 5 cc. Taglietti all'ultima c. bianca. P. post. e d. rifatti con carta d'epoca. P. ant. in br. ed. Studio sul suicidio in cui il discorso si intreccia con un'impostazione moralistica in base alla quale il suicidio è da considerarsi a tutti gli effetti un delitto verso la società e verso Dio. Scrive infatti l'A. che l'atto è &#34;gravemente peccaminoso&#34;. Anche se l'uomo in vita soffre molti patimenti, tanto da voler porre fine alla vita stessa, ci sono &#34;molte e buone ragioni di rimanere nella vita finché la Provvidenza vi ci lascia; e ciò non per la sola paura dell'inferno, ma perché intendiamo che ciò a noi è utilissimo&#34;. L'A. (Napoli, 1809, Firenze, 1891) gesuita e teologo, uscì poi dalla Compagnia di Gesù non abbandonando tuttavia il ministero sacerdotale. Ciò gli permise la pubblicazione, in tempi successivi, di numerose opere in cui si auspicava un'ampia conciliazione con il pensiero liberale e il mondo moderno.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[In 8, pp. XII + 124. Mancanza al p. ant. Taglietto al marg. est. delle prime 5 cc. Taglietti all'ultima c. bianca. P. post. e d. rifatti con carta d'epoca. P. ant. in br. ed. Studio sul suicidio in cui il discorso si intreccia con un'impostazione moralistica in base alla quale il suicidio è da considerarsi a tutti gli effetti un delitto verso la società e verso Dio. Scrive infatti l'A. che l'atto è &#34;gravemente peccaminoso&#34;. Anche se l'uomo in vita soffre molti patimenti, tanto da voler porre fine alla vita stessa, ci sono &#34;molte e buone ragioni di rimanere nella vita finché la Provvidenza vi ci lascia; e ciò non per la sola paura dell'inferno, ma perché intendiamo che ciò a noi è utilissimo&#34;. L'A. (Napoli, 1809, Firenze, 1891) gesuita e teologo, uscì poi dalla Compagnia di Gesù non abbandonando tuttavia il ministero sacerdotale. Ciò gli permise la pubblicazione, in tempi successivi, di numerose opere in cui si auspicava un'ampia conciliazione con il pensiero liberale e il mondo moderno.]]></content:encoded>
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		<title>Il suicidio, il sacrifizio della vita e il duello. Saggi psicologici e morali</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 18:18:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In 8, pp. 225 + (1b). Firma di possesso alla sguardia. Mz. pl. coeva con fregi e tit. oro al d. Tagli marezzati. Saggio sul suicidio di questo docente di filosofia del Liceo S. Alessandro di Milano che si rivolge agli studenti dicendo loro: &#34;vi dimostrerò che il suicidio è immorale anche perché offende i più evidenti rapporti che ha l'uomo con sé, con gli altri e con Dio; dipiù perché è prodotto da cause immorali&#34;. Il discorso appare pertanto intriso di considerazioni di carattere moralistico e religioso. Ci sono tuttavia casi in cui il suicidio non è volontario ma causato da uno stato di alterazione mentale, dalla monomania suicida, spesso ereditaria. Ravizza si chiede quindi se sia lecito impedire il suicidio con un atto di forza e conclude che è possibile farlo dal momento che si tratta di &#34;un atto altamente immorale [...] Abbiamo il diritto di prevenire anche colla forza il suicidio non solo quando questo sia l'effetto d'un'alienazione mentale, ma anche quando si commetta in istato di riflessione e di libertà&#34;. La parte finale è riservata all'analisi della pratica del duello considerata immorale ed ingiusta perché si tratta di una volontaria esposizione ad un evidente pericolo di morte. E' inoltre &#34;la probabile uccisione d'uno che in nessun caso, provocante o provocato che sia, può chiamarsi un ingiusto aggressore&#34;.&#160;Ravizza, laureato in Legge, dal 1838 insegnò Filosofia nel Liceo S.Alessandro (ex Scuole Arcimbolde, futuro Liceo Beccaria). Amico di Cesare Correnti, collaborò al &#34;Politecnico&#34; di Carlo Cattaneo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[In 8, pp. 225 + (1b). Firma di possesso alla sguardia. Mz. pl. coeva con fregi e tit. oro al d. Tagli marezzati. Saggio sul suicidio di questo docente di filosofia del Liceo S. Alessandro di Milano che si rivolge agli studenti dicendo loro: &#34;vi dimostrerò che il suicidio è immorale anche perché offende i più evidenti rapporti che ha l'uomo con sé, con gli altri e con Dio; dipiù perché è prodotto da cause immorali&#34;. Il discorso appare pertanto intriso di considerazioni di carattere moralistico e religioso. Ci sono tuttavia casi in cui il suicidio non è volontario ma causato da uno stato di alterazione mentale, dalla monomania suicida, spesso ereditaria. Ravizza si chiede quindi se sia lecito impedire il suicidio con un atto di forza e conclude che è possibile farlo dal momento che si tratta di &#34;un atto altamente immorale [...] Abbiamo il diritto di prevenire anche colla forza il suicidio non solo quando questo sia l'effetto d'un'alienazione mentale, ma anche quando si commetta in istato di riflessione e di libertà&#34;. La parte finale è riservata all'analisi della pratica del duello considerata immorale ed ingiusta perché si tratta di una volontaria esposizione ad un evidente pericolo di morte. E' inoltre &#34;la probabile uccisione d'uno che in nessun caso, provocante o provocato che sia, può chiamarsi un ingiusto aggressore&#34;.&#160;Ravizza, laureato in Legge, dal 1838 insegnò Filosofia nel Liceo S.Alessandro (ex Scuole Arcimbolde, futuro Liceo Beccaria). Amico di Cesare Correnti, collaborò al &#34;Politecnico&#34; di Carlo Cattaneo.]]></content:encoded>
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		<title>Il suicidio, il sacrifizio della vita e il duello. Saggi psicologici e morali del dottor Carlo Ravizza</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 18:18:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In 8, pp. 223. Foro all'ultima pagina di indice con perdita di un paio di lettere di una parola. Br. muta coeva con qualche danno al dorso. Saggio sul suicidio di questo docente di filosofia del Liceo S. Alessandro di Milano che si rivolge agli studenti dicendo loro: &#34;vi dimostrerò che il suicidio è immorale anche perché offende i più evidenti rapporti che ha l'uomo con sé, con gli altri e con Dio; dipiù perché è prodotto da cause immorali&#34;. Il discorso appare pertanto intriso di considerazioni di carattere moralistico e religioso. Ci sono tuttavia casi in cui il suicidio non è volontario ma causato da uno stato di alterazione mentale, dalla monomania suicida, spesso ereditaria. Ravizza si chiede quindi se sia lecito impedire il suicidio con un atto di forza e conclude che è possibile farlo dal momento che si tratta di &#34;un atto altamente immorale [...] Abbiamo il diritto di prevenire anche colla forza il suicidio non solo quando questo sia l'effetto d'un'alienazione mentale, ma anche quando si commetta in istato di riflessione e di libertà&#34;. La parte finale è riservata all'analisi della pratica del duello considerata immorale ed ingiusta perché si tratta di una volontaria esposizione ad un evidente pericolo di morte. E' inoltre &#34;la probabile uccisione d'uno che in nessun caso, provocante o provocato che sia, può chiamarsi un ingiusto aggressore&#34;. Ravizza, laureato in Legge, dal 1838 insegnò Filosofia nel Liceo S.Alessandro (ex Scuole Arcimbolde, futuro Liceo Beccaria). Amico di Cesare Correnti, collaborò al &#34;Politecnico&#34; di Carlo Cattaneo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[In 8, pp. 223. Foro all'ultima pagina di indice con perdita di un paio di lettere di una parola. Br. muta coeva con qualche danno al dorso. Saggio sul suicidio di questo docente di filosofia del Liceo S. Alessandro di Milano che si rivolge agli studenti dicendo loro: &#34;vi dimostrerò che il suicidio è immorale anche perché offende i più evidenti rapporti che ha l'uomo con sé, con gli altri e con Dio; dipiù perché è prodotto da cause immorali&#34;. Il discorso appare pertanto intriso di considerazioni di carattere moralistico e religioso. Ci sono tuttavia casi in cui il suicidio non è volontario ma causato da uno stato di alterazione mentale, dalla monomania suicida, spesso ereditaria. Ravizza si chiede quindi se sia lecito impedire il suicidio con un atto di forza e conclude che è possibile farlo dal momento che si tratta di &#34;un atto altamente immorale [...] Abbiamo il diritto di prevenire anche colla forza il suicidio non solo quando questo sia l'effetto d'un'alienazione mentale, ma anche quando si commetta in istato di riflessione e di libertà&#34;. La parte finale è riservata all'analisi della pratica del duello considerata immorale ed ingiusta perché si tratta di una volontaria esposizione ad un evidente pericolo di morte. E' inoltre &#34;la probabile uccisione d'uno che in nessun caso, provocante o provocato che sia, può chiamarsi un ingiusto aggressore&#34;. Ravizza, laureato in Legge, dal 1838 insegnò Filosofia nel Liceo S.Alessandro (ex Scuole Arcimbolde, futuro Liceo Beccaria). Amico di Cesare Correnti, collaborò al &#34;Politecnico&#34; di Carlo Cattaneo.]]></content:encoded>
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