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Guevarre Andrea

La mendicità sbandita col sovvenimento de’ poveri. Tanto nelle città, che ne’ Borghi, Luoghi, e Terre de’ Stati di qua e di là da’ monti e colli…;LEG. CON: Instruzioni e regole degli ospizi generali per li poveri da fondarsi in tutti gli stati della S. R. Maestà del Re di Sicilia…;LEG. CON: Instruzioni e regole delle congregazioni di carità da fondarsi… ove non possono farsi ospizi generali per li poveri;LEG. CON: Stabilimento della congregazione primaria e generalissima…

Torino, Gianfrancesco Mairesse e Giovanni Radix, 1717-20

5 voll. leg. in uno, pp. VIII + 196; 144 + (4); 52 + (3) + (1b); 24; 86. Mancanze al d. e agli angoli dei p. P. pl. coeva con fregi oro al d. Stemmi xilogr. ai fr. capilettera e finalini xilogr. Annotazioni manoscritte coeve al fr. della prima opera. Rara raccolta di ordinamenti, saggi e statuti sulla mendicità. La mendicità sbandita è il noto saggio principale in ed. orig, poi più volte ristampato, le altre sono pubblicazioni intimamente collegate. Dopo una prima serie di ordinamenti realizzati da Carlo Emanuele I nel 1627, i principi finalizzati ad un buon governo dei poveri, vennero strutturati organicamente da Vittorio Amedeo II nel 1717. La riforma era espressione di un assolutismo monarchico che avocava a sé i compiti tradizionalmente affidati alla chiesa e ai privati. Il centro del sistema in Torino doveva essere l’Ospedale della SS. Carità, luogo di smistamento, in cui i poveri potevano essere ricoverati, condotti in carcere o rimanditi ai luoghi d’origine. Lo scopo era quello di ridurre al massimo la mobilità dei poveri. Questo intento, nel corso degli anni si rivelerà non realizzabile, essendo troppo profonde le ragioni che spingevano i poveri piemontesi a inurbarsi. Scrive Guevarre nell’incipit: “Il fine, che si propone nello stabilimento d’uno Ospizio pubblico, è di sbandire per sempre la mendicità, e di soccorrere spiritualmente, e temporalmente con economia, con ordine, e con metodo tutti i poveri di una Città, i quali sarebbero forzati a mendicare, se non avessero simile ajuto”. Guevarre è anche molto attento alla distinzione tra poveri veri e fannulloni alla ricerca di facili elemosine. Il povero riluttante, poco docile, veniva ritenuto “falso” e “infingardo”, e quindi da rinchiudere. In ogni caso la soluzione, sia per i poveri “veri” sia per i “falsi”, era l’internamento: i primi l’accettavano volentieri ed erano grati all’autorità che si prendeva cura di loro gratuitamente, gli altri, invece, essendo figli del demonio, “fannulloni, bugiardi, impudichi, ubriaconi”, mandavano maledizioni e ingiurie ai fondatori e ai direttori dell’Ospedale di carità. L’internamento, pertanto, diventa ricompensa e punizione, e il povero è ritenuto in qualche modo responsabile della sua condizione. Andrea Guevarre, gesuita, si adoperò a Parigi e in Francia per la reclusione dei poveri e la soppressione della mendicità. L’opera di Guevarre continuò poi a Torino (1720-1724) dove diresse l’Ospedale della Carità. Bibl. Einaudi, 2800, 5106, 5107, 1228. Cfr. Serratrice, Assistenza e internamento…, p. 190, cit. in La scienza e la colpa, 1985.

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